Comune di Tito

La Storia

La scarsità e l'incertezza delle notizie avvolgono di un velo di mistero la storia del paese di Tito.

A causa dei violenti terremoti che hanno colpito questo centro, è andato distrutto tutto quel che poteva servire a ricostruirne le vicende storiche e l'origine del nome, tanto che si rischia di cadere nel leggendario.

Sull'etimologia di Tito gli interpreti hanno offerto almeno quattro diverse ipotesi, come riferisce don Nicola Laurenzana, autore di numerosi libri sulla storia del paese. Esso potrebbe derivare da "Tutus" (sicuro, fortificato) che significherebbe "luogo fortificato, fortezza, luogo inespugnabile, etc.". In considerazione delle guerre, delle rappresaglie e delle razzie a cui i centri abitati furono sottoposti, il nome starebbe a sottolineare l'abilità dei titesi nel difendersi dai pericoli e da chi minacciava la loro sicurezza. Tale ipotesi è avvalorata da una frase presente nello stemma del paese "Post nubila phoebus" (dopo le nuvole apparirà il sereno), segno di come i cittadini sperassero di affrontare con successo tutte le difficoltà.

Ma "Tutus" potrebbe anche riferirsi alla posizione geografica del paese, il cui nucleo più antico si trovava in un luogo più alto, a nord-est del Monte Carmine. Da (ì la gente si spostò successivamente a valle per godere delle acque del fiume Noce. Una seconda ipotesi fa risalire il nome Tito a "Titus", ovvero soldato, riferendosi alla presenza nel paese di un antico accampamento di soldati romani, testimoniata dal ritrovamento di alcune punte d'armi in ferro.

C'è poi chi fa derivare Tito da "Titulus", cioè confine, limite, alludendo alla zona limite degli scontri alterni tra romani e cartaginesi o alla zona di confine tra il governatorato bizantino ed il Principato di Salerno o, anche, alla zona di confine tra i feudi maggiori, alle dipendenze dei sovrani normanni, e i feudi minori, dipendenti dai principi.

Il nome, infine, potrebbe anche provenire da "Titulus" con significato di tomba, monumento, alludendo, in questo caso, al luogo dove gli scontri tra romani e cartaginesi diedero luogo a diversi morti, che rimasero abbandonati in quel luogo. Al di là dell'etimologia, l'unico dato certo che si ha sul paese è che, a seguito della distruzione di Satriano (per mano della regina Giovanna III nel 1430, la popolazione aumentò notevolmente, raggiungendo i 4000 abitanti intorno al 1800.

Altri eventi degni di nota, per una ricostruzione storica del centro, sono i terremoti del 1649 e del 1694, che rasero quasi completamente al suolo il paese e le sue chiese. D'altronde questo periodo storico fu davvero fosco per Tito, come per molti altri centri lucani, a causa dello spadroneggiare di nobili e feudatari e a causa della piaga del banditismo. Un simbolo forte del periodo feudale a Tito è di certo il "Castello" (dei quale oggi resta semplicemente una via), appartenuto in origine ai Principi Ludovisi, poi acquistato dai Principi di Stigliano, in seguito dal Marchese di Satriano, il Barone Laviano, e infine nel 1727 venduto alla famiglia del sig. Luigi Spera di Tito. Il clero ebbe particolare rilevanza nella vita del paese, la cui popolazione a cavallo tra il 1700 e il 180o era costituita prevalentemente da "nobili" (famiglie gentilizie), "galantuomini", "mastri", "massari" di campo e "mendichi". Proveniente in genere dalla borghesia, il clero viveva per lo più dei lasciti che i proprietari tesseri locali facevano alla Chiesa per devozione. La Chiesa diventò dunque “ricettizia”, in quanto “riceveva”le donazioni dei benefattori e amministrava questo patrimonio attraverso il clero locale. Anche Tito, come molti altri paesi della Basilicata, fu coinvolto dagli eventi della rivoluzione repubblicana. Invitato da una lettera del cardinale Ruffo a collaborare con i Borboni, contro i rivoluzionari, Don Antonio Vallano di Satriano, assieme ai suoi concittadini tentò dì convincere i titesi a sostenere la causa Borbonica, ma fu ucciso dal. patriota titese Vito Greco.

In seguito, il paese di Tito subì l'attacco di 4000 sanfedisti che i rivoluzionari tintesi, dopo alterne vicende riuscirono a mettere in fuga, grazie all’aiuto di un gruppo di repubblicani, guidati dai fratelli Vaccaro di Avigliano. Nonostante ciò, la rivoluzione repubblicana venne soffocata e stroncata, provocando la morte di numerosi repubblicani titesi. Notizie sulla loro morte si trovano nel Registro dei morti del 1799, presso l’Archivio parrocchiale di Tito.

Dopo l’Unità d'Italia, anche Tito fu toccato dal fenomeno del brigantaggio Scrive, infatti, Laurenzana Corne alto", la presenza dei briganti nel nostro territorio fu favorita dalla natura montuosa e dalla presenza dei folti boschi. Avevano agganci (e non sempre segreti) con cittadini che spesso li accoglievano, li nutrivano, offrivano informazioni su persone, famiglie e situazioni e con lauti compensi si affidavano alle loro iniziative per consumare vendette familiari o addirittura liberarsi da elementi scomodi, invisi o prepotenti. ( .. )

I luoghi preferiti erano i boschi del "Grutto", de “I Franci", della "Montagna", di "Carlone", di "Schiena d'asino" o i nascondigli del "Pisciolo"". tra le pagine più tristi della storia di Tito c'è sicuramente il terremoto del 1980 che ha segnato profondamente la comunità. Oggi, a seguito di interventi mirati sul patrimonio edile ed infrastrutturale, il paese sta riacquistando il suo antico splendore.

 

LE TERME

Nel territorio di Tito fin dall'antichità sgorgano sorgenti d'acqua minerale, definite già nell’800 come acque sulfuree e ferruginose, impiegate per la cura di diverse malattie. La peculiarità di queste acque è quella di lasciare un residuo di colore bianco, impresso sulle pietre, che ha dato il nome di "Acqua Bianca" alla località, situata a poca distanza dall'abitato. Questo luogo era molto frequentato in passato dagli abitanti del paese che utilizzavano (e acque per bagnarsi o semplicemente per dissetarsi. A fine 80o ci fu un tentativo, da parte della famiglia Coiro - Lecaldani, di creare una sorta di "complesso" termale aperto al pubblico, costituito con molta probabilità da due grosse vasche all'aperto e una casetta. L’esperienza non durò però per più di vent'anni. Più di recente, il titese Gerardo Luongo ha tentato di ridar gloria alle vecchie terme, trasportando nel suo fondo privato una parte dell'acqua sulfurea che sgorga nel territorio di "Acqua Bianca", e offrendo agli utenti oltre alle proprietà terapeutiche delle acque, ottima accoglienza, buona cucina, buon vino e aria salubre. Oggi nella zona in cui si trovano le curative acque ferrose, sulfuree e naturali gli eredi dei vecchio proprietario hanno realizzato una ridente e accogliente struttura ricettiva, il "Mephitis", dal nome della dea che veniva venerata sotto la torre di Satriano. II locale abbina alla genuinità dei prodotti offerti un contesto naturale di indubbio fascino.

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